Vita

Francesco Perri nacque a Careri il 15 luglio 1885 da una modesta famiglia di agricoltori.
Dopo aver frequentato le prime classi elementari nel paese, seguì gli studi medi, fino alla IV ginnasiale, nel seminario vescovile di Gerace.
Aveva dodici anni quando il padre morì lasciandolo orfano, maggiore di cinque fratelli. A fargli interrompere gli studi sopraggiunse una lunga malattia (la febbre maltese), durante la quale venne assistito e curato dal dott. Francesco La Cava, medico condotto a Bovalino, che diverrà famoso per le sue ricerche in campo scientifico ed artistico.
Tristi furono gli anni trascorsi a Careri: “credevo d'impazzire”, ripeteva ricordandoli anni dopo. “Trascorrevo lunghi pomeriggi nell'orto vicino a casa angosciato, pensando al domani senza sbocco. Temevo soprattutto che le scarse risorse della famiglia m'impedissero di proseguire gli studi.”
Aveva 14 anni. A sostenerlo fu la madre, sempre più convinta che il figlio dovesse riprendere gli studi interrotti non appena condizioni favorevoli lo avrebbero consentito. E queste, inattese, arrivarono quando un influente amico di famiglia gli procurò un posto di istitutore all'Orfanotrofio Lanza di Reggio Calabria.
A Reggio lavorava e, nel frattempo, si preparava agli esami di licenza ginnasiale che conseguì da privatista al liceo ginnasio Campanella.
Nella Reggio di quel tempo trovò il mondo che aveva sognato. Quello lasciato da poco era il mondo del paesello natìo Careri, dove le grondaie delle case si toccavano con le mani e il lavoro era quello duro e uniforme dei campi. A Reggio, invece, il mondo che gli appariva dinanzi mostrava la doppia fila di palazzi signorili, le splendide vetrine, i caffè, i grandi portoni dall'arco di pietra bugnato: era “il mondo degli studi, dei teatri, dei progressi intellettuali, degli uffici che regolano la vita civile, dove si impara e si arriva.”
Tra altri giovani di belle speranze (Sardiello, Priolo, Gerace, etc.), Perri si fece notare per la pubblicazione su L'Ellade Italica (Periodico reggino, 1907) delle sue prime esperienze poetiche: 12 sonetti ispirati all'impresa garibaldina, alcune liriche e un pezzo paesaggistico sul panorama dell?Etna che si poteva ammirare da una collina sulla via di Reggio Campi, suggeritegli dalla lettura di un libro di Angelo Conti, che illustrando le bellezze naturali delle varie regioni d'Italia, non faceva alcun cenno alle bellezze naturali della Calabria.
Lasciò Reggio nella primavera del 1908 dopo avere vinto un posto nell'Amministrazione delle Poste, per assumere servizio a Fossano, piccola cittadina del Piemonte. Completò gli studi conseguendo la maturità classica a Mondovì e poi la laurea in giurisprudenza presso l'Università di Torino.
Con lo pseudonimo di Ferruccio Pandora nel 1914 iniziò l'attività letteraria con Primi canti, una raccolta di 54 componimenti (sonetti, liriche, canzoni) in cui venivano trattati temi sociali e civili che riprenderà e svilupperà nelle opere della maturità, e in cui narrava delle bellezze e sventure della propria terra, dell'odissea dei lavoratori sparsi per il mondo a lavorare nelle miniere.
Seguì nel 1913 Angeli, poemetto nel quale, con accorati accenti rievoca il mondo innocente sotto la protezione dell'angelo custode, concesso dal Signore ad ogni uomo vivente e a tutte le cose che possono assicurargli una vita serena e sicura, la madia, il focolare.
Partecipò quale volontario alla guerra 1915-1918 convinto, come molti intellettuali, che quel sacrificio collettivo fosse necessario alla rigenerazione politica e morale della nazione e del mondo intero. Frutto di questa esperienza fu Rapsodia di Caporetto, poemetto pubblicato nel 1919, nel quale cantò con appassionata sincerità e con la più viva partecipazione dell'animo, la tragica crisi del nostro esercito nell'anno 1917. Durante la guerra conobbe e sposò Francesca, che lo rese padre felice di quattro figli e gli fu di grande aiuto nei momenti più difficili della sua vita.
Terminata la guerra ritornò all'impiego nell'amministrazione postale. Nel 1920, trovandosi a Careri in visita alla madre, partecipò attivamente alla battaglia intrapresa dai combattenti per la rivendicazione delle terre demaniali e denunciò le violenze e le prepotenze che i proprietari terrieri esercitavano sui contadini per farli desistere dall'azione intrapresa. Con una delegazione, tra cui il Sindaco del tempo e l'on.le Evoli, si recò dal Prefetto di Reggio Calabria per far rispettare un accordo stipulato tra i proprietari e i combattenti. Al ritorno da quel viaggio, apprese che un maresciallo dei carabinieri era andato per arrestarlo, e lo avrebbe fatto, se il medico condotto del paese, non lo avesse dissuaso. Quel suo intervento gli comportò una condanna a due mesi di carcere e ad un’ammenda di seimila lire (di quelle del 1922!).
Antifascista, militante repubblicano, il Perri non si è mai piegato a compromessi con il regime fascista. Nel gennaio 1921, iniziò la collaborazione su La Voce Repubblicana, con gli pseudonimi Paolo Albatrelli e Pan. Su tale giornale condusse un'appassionata battaglia per la libertà.
Spettatore della scalata al potere del fascismo tra il 1921-22, disgustato da quello che aveva visto e atterrito per quello che temeva si preparasse per l'Italia, il Perri rappresentò la storia di quegli anni, nel romanzo I conquistatori, che uscì a puntate su La Voce Repubblicana nel 1924 e poi in volume, sotto lo pseudonimo di Paolo Albatrelli, nel 1925. Alla pubblicazione seguirono aspri attacchi della stampa fascista. Nel 1926 il libro fu sequestrato e bruciato; incominciò così l'odissea dell'autore, che fu esonerato dal lavoro per ragioni politiche e si trovò con quattro figli e nessun bene di fortuna. L'accusa di antifascismo lo mise al bando anche da ogni attività giornalistica. Nel 1927 il Perri partecipò al concorso dell'Accademia Mondadori e lo vinse con il romanzo Emigranti in cui descriveva la bellezza della sua terra e il dolore della sua gente costretta ad emigrare per vivere.
Del 1933 Leggende Calabresi (ampliato e ristampato nel 1940 con il titolo Racconti di Aspromonte) una silloge di racconti anonimi popolari, rielaborati con stile e forme proprie, in cui sono rappresentate le tradizioni, gli usi e costumi della Calabria.
Emigranti ebbe il favore di critici illustri e sei traduzioni all'estero. Ma i fascisti non esitarono a combatterlo. La rivista Gioventù fascista lo attaccò violentemente, qualificandolo uomo “ben noto a noi e alla pubblica sicurezza”. Il trafiletto della rivista romana, riprodotto con encomiabile zelo da quasi tutti i giornali d'Italia, non tardò ad avere i suoi effetti.
La Gazzetta del Popolo, II Giornale d'Italia, II Resto del Carlino gli disdettarono la collaborazione.
Per parecchi anni poté pubblicare solo sulle riviste della casa editrice Rizzoli - La Domenica del Corriere e il Corriere dei Piccoli - con gli pseudonimi ARIEL – NEPOS, con grave rischio dei direttori Franco Bianchi ed Eligio Possenti.
Nel 1932 fu arrestato con l'accusa di mantenere contatti con i fratelli Rosselli e il loro gruppo di Giustizia e libertà e rimase in carcere quaranta giorni.
Seguirono anni difficili, per sopravvivere dovette adattarsi a scrivere romanzi rosa. Sono di questo periodo Povero cuore, L'idolo che torna, La missione del Redentore. Quando veniva a Careri e qualche popolano gli ricordava la commozione che aveva provato leggendo la storia di Nini, la protagonista di Povero cuore, sorrideva con amarezza.
Con maggiore convinzione scrisse per le scuole. Buon successo ebbe il Dizionario di mitologia classica.
La narrativa per ragazzi del Perri è poco conosciuta. Il capolavoro di questo genere è Storia del Lupo Kola, romanzo per ragazzi adatto anche agli adulti in cui racconta la vita di un lupo addomesticato e il suo ritorno alla vita brada.
Altro capolavoro della letteratura per ragazzi è Favola bella, racconto pieno di fantasia e avventure.
Collaborò alla Scala d'oro, biblioteca graduata per ragazzi, concepita e diretta da Vincenzo Errante e Ferdinando Palazzi per l'UTET, traducendo e rinarrando diverse opere celebri della letteratura di tutti i tempi. A questo periodo appartiene anche “Come si lavora nel mondo”, felice presentazione di bozzetti, fantasie, aneddoti sui processi lavorativi e i loro passaggi dal lavoro contadino e artigiano al lavoro industriale.
Nel 1940 il Perri pubblicò un'opera di più vasto respiro “Il discepolo ignoto”, romanzo storico ambientato nel primo periodo della predicazione cristiana. Nelle pagine di questo romanzo si coglie un anelito di pace e di condanna della violenza, la stessa violenza che con la seconda guerra mondiale di lì a poco si sarebbe scatenata su tutta l'umanità. Sette furono le traduzioni in paesi stranieri.
Durante la guerra si rifugiò a Caspoggio di Valmalenco e la sua casa a Milano fu distrutta dai bombardamenti aerei; con la casa perse anche la sua biblioteca, compresi i manoscritti delle sue opere.
Nel luglio 1945 fu chiamato dal Partito Repubblicano a dirigere Il Tribuno del popolo di Genova e dal gennaio al luglio 1946, durante la campagna elettorale per il referendum Monarchia/Repubblica, diresse La Voce repubblicana. L'impegno che lo legò al giornale in quel delicato momento storico, fu tale che non gli permise neanche un viaggio in Calabria dove il partito lo aveva candidato per la Costituente.
Non venne eletto per pochi voti.
Della politica aveva amore e timore ad un tempo. Provò disgusto e sconcerto per gli sviluppi della vita politica nell'Italia repubblicana, nate dagli ideali del Risorgimento e della Resistenza. Nonostante ciò, partecipò attivamente al dibattito politico, con interventi giornalistici schietti e meditati sui problemi più scottanti quali divorzio, costumi, regionalismo, scuola.
Lo preoccupava non poco l'evolversi di una democrazia bloccata senza alcun ricambio, in cui trovavano sempre più largo spazio le forze che egli aveva combattuto negli anni venti e che avevano favorito l'avvento del fascismo. Era convinto che il malgoverno avrebbe prodotto delinquenza, ruberie, clientelismo.
Su Il Gazzettino di Venezia (1967) denunciò i fenomeni che si verificavano in una città come Milano, preveggendo che 'ndrangheta, camorra e mafia, ramificazione del triste fenomeno del mal governo e di secoli di emarginazione e di sottosviluppo, avrebbero infestato tutta la nazione. Non approvò mai la querimonia, il vittimismo che Salvemini chiamava il “piagnisteo meridionale”.
Nel 1921, nell'entusiasmo suscitategli dai movimenti popolari di Careri, Casignana, Caraffa, Sant'Agata per la rivendica delle terre demaniali, e l'insurrezione di Mammola per ottenere la costruzione della ferrovia, scrisse che era inutile recriminare: “agire bisogna perché si faccia noi quello che non sanno e che non possono fare gli istituti politici. Le geremiadi intorno alla miseria del mezzogiorno finiscono per assomigliare alle proteste dei poltroni contro il destino” (La Voce Repubblicana, 2 marzo 1921).
Si schierò sempre contro la stampa ossequiosa col potere, sempre pronta a denunciare i mali del Sud come se gli stessi non fossero l'effetto dell’incapacità dei governi.
Durante una visita in Calabria, al principio degli anni Sessanta, rimase molto sorpreso e contento del benessere nuovo che vi trovò, ma lo preoccupò non poco il fatto che non erano state modificate le strutture economiche e produttive capaci di utilizzare le risorse naturali e di assicurare in tal modo uno stabile ciclo produttivo.
Su Il Gazzettino di Venezia scrisse “Il mezzogiorno è la terra dei contrasti, delle anomalie delle grandi virtù insieme alle estreme debolezze. Ha dato al Paese alcune fra le più eminenti personalità nel campo dell'arte, del diritto, delle scienze esatte, ma non è mai riuscita ad esprimere una classe dirigente attiva, di vedute moderne e progressiste”.
Nel campo dell'arte, fu contro ogni sperimentazione dilettantistica e ogni tentativo di far apparire per innovativo l'irrazionale, l'oscuro, il vuoto. A tale proposti, già nel 1928, aveva espresso il suo pensiero sulla Fiera Letteraria con l'articolo Forme vecchie e teorie nuove, che suscitò una vivace polemica alla quale intervennero i critici più autorevoli del tempo. Scrisse anni dopo nel Diario “Da trent'anni rigetto l'arte della protesta, della rinunzia, della disgregazione e dell'isolamento angosciato nell'universo. Chiedo nei miei libri il ritorno ai valori immortali della vita, la resurrezione dell'uomo e della sua rivalutazione come coscienza morale, come fattore di civiltà, come capolavoro della creazione e testimone della misteriosa forza divina che regge l'universo.”
Già settantenne tra il 1958 pubblicò “La storia del lupo Kola”, che fu tradotto anche in lingua giapponese, e altri due romanzi destinati ai ragazzi: “Fra Diavolo” e “Nel paese dell'ulivo” una raccolta di leggende della mitologia classica.
L'ultimo suo romanzo L'amante di zia Amalietta, tradotto in lingua francese, vinse nel 1966 il premio Villa San Giovanni. In questo romanzo, viene evocata la società gaudente e tormentata della grande metropoli lombarda, alla vigilia dell'ultima guerra mondiale, società in cui il dramma di vivere nella menzogna appare senza via di uscita.
Altri scritti, novelle, racconti, saggi, conferenze sono sparsi su periodici e quotidiani ai quali collaborò con diversi pseudonimi (Ferruccio Pandora, NEPOS, ARIEL, PAN, Paolo Albatrelli).
Lasciò alcuni inediti, quali “Il diario o taccuino di un solitario”, annotazioni di avvenimenti, fatti, pensieri, meditazioni che vanno dal dicembre 1951 al maggio 1968, il dramma storico “Gregorio VII”, in cinque atti che mette in risalto grandezza e debolezza del potere temporale, il romanzo “Il puro folle”, incompiuto, in cui il protagonista, il gesuita Ignazio Sciplini, lascia l'ordine per tornare in Calabria per riorganizzare la sua vasta azienda, nel tentativo di conciliare gli interessi della proprietà con i giusti diritti dei lavoratori. L'esperienza è un fallimento e il protagonista, per i suoi principi di giustizia sociale, viene ritenuto nell'ambiente in cui opera, un puro folle.
Francesco Perri morì a Pavia il dicembre 1974 e le sue spoglie, per sua espressa volontà, riposano a Careri, suo paese natale, dove per tutta la vita sognò invano di costruirsi una casetta sulle colline che guardano lo Jonio tra Punta Zaffiro e Punta Stilo.